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  • Inviato da francesca
    Giovedì, Luglio 14, 2011 - 08:21

    Palazzo Pitti, Firenze: 11 Ottobre 2011 - 4 Marzo 2012

    "E pluribus unum" recita la sentenza in latino che sostiene e giustifica la costituzione degli Stati Uniti d'America. Qualcosa di analogo è accaduto in Italia nel 1861. Con la differenza che, qui da noi, le specificità storiche e culturali fra i diversi stati della Penisola erano ben più grandi di quanto non fossero fra le "nazioni" della nascente America. Che l'Italia fosse patria comune, unita dalla lingua, dalla religione, dall'eredità consegnataci da Roma antica, questo lo si è sempre saputo. Fino dai tempi di Dante Alighieri e di Francesco Petrarca. Su un tale comune e condiviso sentire si sono innestate le storie particolari delle singoli capitali preunitarie: Torino e Milano, Genova e Bologna, Firenze e Venezia, Napoli, Roma, Palermo. Ognuna di queste capitali è stata ed è in diverso modo rappresentativa dei differenti destini, delle particolari identità dei popoli d'Italia. Chiunque abbia anche solo sfogliato un manuale di storia o, meglio ancora, di storia dell'arte sa che le capitali degli stati preunitari hanno conosciuto vicende antiche e gloriose, ognuna segnata da specifici caratteri distintivi. Alla vigilia del 1861, le capitali d'Italia si erano date una loro auto-rappresentazione che teneva insieme vicende storiche, fenomeni letterari ed artistici, temperamenti dei popoli, destini, attese e speranze all'appuntamento dell'unità nazionale. La mostra, che avrà la sua prima sede a Torino alla Venaria Reale (19 marzo - 11 settembre 2011) e sarà poi a Firenze a Palazzo Pitti, darà immagine alle Italie che la Storia chiamò a diventare Italia. Il nostro è il Paese delle "differenze". Oggi, nel tempo della globalizzazione, ci accorgiamo che le "differenze" che i popoli d'Italia di sé stessi avevano (e per nostra grande fortuna ancora hanno) alla vigilia del fatale 1861. Almeno 350 opere d'arte provenienti dai musei d'Italia e del mondo racconteranno l'identità delle capitali italiane preunitarie. Ogni capitale sarà significata da opere d'arte, da documenti ed oggetti in certo senso identitari, in grado cioè di significare e di ricostruire il profilo storico e i termini delle auto-rappresentazioni. Per cui Torino è l'Armata, la Metallurgia, la Corte. Milano è Leonardo da Vinci, è la religiosità dei Borromeo, è l'Illuminismo, è il dialogo costante e fecondo con l'Europa. Venezia è la grande pittura di Tiziano e di Veronese, è il profumo d'Oriente, è il mito della città inimitabile. Firenze è la lingua e le arti con Donatello, con Botticelli, con Michelangelo. Bologna, la seconda città dello Stato Pontificio, è il prestigio della sua Università ed è l'ideale classico che da Raffaello arriva a Guido Reni. Roma è la gloria dell'Antichità Classica e della Religione; due elementi unificanti destinati a tenere insieme la nuova Italia. C'è poi Genova, capitale finanziaria nell'Europa della Controriforma e degli Assolutismi, la città che ha saputo trasformare il profitto bancario nei Rubens, nei Van Dyck, nei palazzi più belli della Cristianità. E infine ci sono le due capitali del Regno: Napoli e Palermo. C'è la Napoli degli Aragona e dei Borbone, di Caravaggio e di San Gennaro, dei Lazzari e di Masaniello; la Palermo di Federico Imperatore, del Feudo, dei Baroni riottosi, della autonomia continuamente affermata e continuamente contrastata. Per governare un progetto così vasto occorreva coinvolgere studiosi specialisti titolari di autorevolezza insieme accademica e istituzionale. Per il coordinamento generale di Antonio Paolucci i settori dedicati alla immagine storica ed artistica delle capitali preunitarie sono stati affidati ad Enrica Spantigati per Torino, a Pietro Marani per Milano, a Piero Maria Boccardo per Genova, a Giandomenico Romanelli per Venezia, ad Andrea Emiliani per Bologna, a Cristina Acidini e Maria Sframeli per Firenze, ad Antonio Paolucci per Roma, a Pierluigi De Castris per Napoli, a Vincenzo Abbate per Palermo. Qual'era l'identità culturale delle capitali d'Italia all'anno 1861, come i cittadini di Milano o di Napoli, di Firenze o di Palermo vedevano sé stessi e come gli artisti li hanno nei secoli rappresentati. Questo è l'obiettivo della mostra. Le "differenze", rimanendo tali, si sono risolte in Unità. È questo il "miracolo" italiano che il 1861 ha inaugurato. Di questo parlerà la mostra che celebra i primi centocinquanta anni dalla unificazione del Paese.

    A cura di: Cristina Acidini, Maria Sframeli

    Catalogo: Sillabe

    Segreteria: Ilaria Bartocci, Cristina Gabbrielli, Laura Mori

  • Inviato da terredifirenze
    Giovedì, Luglio 14, 2011 - 08:12

    Galleria degli Uffizi (Firenze, 8 settembre-6 novembre 2011)

    L’interesse per il contemporaneo del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi nasce con i suoi inizi e cioè fin dal Seicento. Il cardinale Leopoldo con i propri desiderata di collezionista e Filippo Baldinucci nel ruolo di primo curatore e ordinatore della raccolta, accanto alle opere di epoca rinascimentale, apprezzate principalmente per il loro valore storico, ebbero nei confronti dei ‘moderni’, che all’epoca erano gli artisti dell’età barocca, una incuriosita, sistematica e costante attenzione. E lo stesso può dirsi nei periodi successivi; il che spiega la continuità cronologica delle opere grafiche presenti in collezione.
    Senza aspirare a una compiuta pianificazione di acquisizioni del contemporaneo, affidate soprattutto alla qualificata generosità delle donazioni, anche oggi il GDSU è aperto agli artisti viventi, o vissuti nel secolo appena concluso, e per questo ospita nei propri spazi moderni, eppure già storicizzati, una sequenza di iniziative espositive che alternano ai cosiddetti Old masters presenze e racconti che hanno il valore della piena attualità.
    In questo quadro di vocazione istituzionale si inserisce la mostra su Francesco Clemente (Napoli 1952) che, forse proprio nella consapevolezza della complessa e stratificata tradizione artistica di questi luoghi, ha scelto di esprimere agli Uffizi la propria inconfondibile vena creativa affrontando un tema antico come quello dei Tarocchi.
    I disegni realizzati in differenti parti del mondo tra Napoli, New York, l’India e il New Mexico, sono un richiamo ai luoghi privati di Clemente ma anche a una geografia globale e collettiva che ognuno di noi sta vivendo, almeno virtualmente. E i ritratti dei protagonisti di una comunità culturale cosmopolita, inseriti nelle rappresentazioni allegoriche degli Astri, delle Virtù e dei Trionfi, legano il nuovo e il vecchio continente in un gioco di sguardi condotto dall’artista che si autoritrae nell’arcano del Matto.
    Accanto ai Tarocchi, dodici tele nella Sala del Camino con altrettanti autoritratti di Clemente in veste di Apostolo, proseguono la rete di rimandi spazio temporali tra figuratività del passato e quella di uno dei tanti possibili presenti.

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